Ritorno al gol dopo 4 mesi Kalinic, crisi alle spalle?

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Il gol di Kalinic contro il Sassuolo. LaPresse

Il gol di Kalinic contro il Sassuolo. LaPresse

Sette, numero magico. Uno pensa a Cristiano Ronaldo e alle sue rovesciate e dice: più che magico, logico. Poi va a ritroso, rievoca George Best, David Beckham eccetera e gli occhi cominciano a brillare. Torna ad anni recenti, rivede Andriy Shevchenko e trova un altro aggettivo: dirompente, risolutivo eccetera. Bene, tutto bello, ma se è milanista ricorda anche il resto, perché la maglia rossonera numero sette significa assai e a volte porta anche guai, proprio da quando Andriy Shevchenko se l’è sfilata, lasciandola appesantita da una quantità per ora inarrivabile di gol e partite decisive. In ere geologiche differenti la maglia numero sette rossonera è stata indossata da Ricardo Oliveira, ingaggiato subito dopo l’addio dell’ucraino, e ci volevano spalle larghe per sostenere il confronto, e da Pato, talento sprecato in quantità. Di anno in anno, alla fine dell’impero la sette si è posata addosso a Nikola Kalinic, che per la verità l’ha voluta, se l’è presa quasi per diritto di famiglia e allora si vede che aveva la memoria corta, oppure la personalità forte per non curarsene. In fondo un numero è solo un numero. Milanista lui, la mamma, il fratello. Sheva per il piccolo Nikola era un idolo. «Ho sempre sognato le sue giocate». Peccato che anche a lui la sette abbia portato un sacco di guai, altro che rovesciate artistiche e statistiche incandescenti.

FEELINGKalinic è arrivato da Firenze e una battuta di Mirabelli ha subito scatenato la polemica con i viola, perché il d.s. rossonero scherzando ha detto: «Se non fai gol ti rimandiamo di là», e il vecchio club non l’ha presa bene. Poi ha segnato poco, è andato a intermittenza, non è riuscito a trovare l’intesa con i compagni, con gli allenatori, prima Montella poi Gattuso, forse mancava empatia, come direbbe Mourinho. Kalinic prima di ieri sera aveva segnato soltanto quattro gol in campionato, l’ultimo ai primi di dicembre al Benevento. Nel frattempo Cutrone è diventato il beniamino di San Siro e qualche errore evidente ha fatto sì che i tifosi, parte dei tifosi, si rivoltasse contro il croato. Perché i numeri di maglia sono soltanto numeri, ma a volte hanno un fascino difficile da scalfire e i gol di Sheva, l’idolo di Nikola, sono scolpiti nella mente dei milanisti, soprattutto quando sono depressi. A un certo punto deve essersi depresso, o arrabbiato, anche lui. A metà marzo, il momento clou: Kalinic, acquisto fondamentale nella campagna estiva milanista, viene lasciato a casa da Rino Gattuso dopo la trasferta di Londra. Niente Chievo, il tecnico del Milan usa il pugno duro con chi sembra svogliato. Un litigio viene ipotizzato e poi smentito, resta il fatto che il Milan vince quella partita con il Chievo mentre Nikola assiste in abiti borghesi. Chi non si impegna abbastanza resta fuori, è il motto. Venti giorni dopo, il croato salva il Milan da una sconfitta che avrebbe cancellato i sogni di aggancio alla zona Champions e magari qualcosa di più. Il sette resta un sette. Magico no, ma questa volta ha evitato la crisi di nervi.

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 Alessandra Bocci 

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